Il giorno dopo Zampy non tornò nel bosco da solo.
Con lui c’erano Luce, Pip, Rea, Nina e Orso.
Pip guardò gli altri.
«Siamo sicuri che serviamo proprio tutti?»
Orso sorrise.
«A volte è più facile incontrare qualcuno quando sa di non dover affrontare tutto da solo.»
Fece qualche passo, poi aggiunse:
«Quando qualcuno ha paura, non serve riempire il silenzio. Serve fargli capire che può restare dove si trova e che nessuno lo costringerà a venire più vicino.»
Zampy annuì.
«Credo sia proprio questo il punto.»
Percorsero insieme il sentiero.
Luce illuminava i fili più sottili.
Pip indicava quelli che salivano sugli alberi.
Rea controllava il percorso.
Nina volava poco più avanti.
Orso camminava dietro a tutti, tranquillo.
Quando arrivarono davanti alla grande tela, si fermarono.
Nessuno parlò.
Alla luce del mattino era ancora più spettacolare.
Le gocce di rugiada sembravano centinaia di piccole stelle.
«L’ha fatta lui?» sussurrò Pip.
«O lei», disse Nina.
«O… qualunque cosa sia», aggiunse Zampy.
Un ramo scricchiolò.
Tutti si voltarono.
Niente.
Poi un filo vibrò.
Uno soltanto.
Luce si sollevò lentamente.
Il suo bagliore dorato attraversò la tela.
Qualcosa si mosse dietro il tronco.
Zampy fece un passo avanti.
«Siamo tornati.»
Silenzio.
«Non vogliamo portarti via la tela.»
Ancora silenzio.
Pip sussurrò:
«Era una possibilità?»
Rea gli diede una piccola gomitata.
Zampy continuò.
«E non vogliamo farti paura.»
Dal tronco spuntò lentamente qualcosa.
Prima una zampetta.
Poi un’altra.
Poi una piccola testa viola.
Pip fece un passo indietro.
Rea trattenne il fiato.
Otto zampe si aggrapparono al bordo del tronco.
Due grandi occhi li guardarono.
Occhi caldi.
Spaventati.
E assolutamente…
non rossi.
Orso parlò piano.
«Piano.»
Gli altri lo guardarono.
«Se noi siamo spaventati, probabilmente lo è anche lui.»
Zampy sbatté le palpebre.
«Aspetta.»
La piccola creatura fece per nascondersi di nuovo.
«No, no! Aspetta davvero!»
Zampy indicò il suo petto.
Lì c’era un grande papillon rosso.
Leggermente storto.
Le due estremità spuntavano ai lati del tronco.
Zampy guardò Pip.
Pip guardò Rea.
Rea guardò Nina.
Poi tutti guardarono il papillon.
«I due punti rossi…» disse Zampy.
Pip spalancò gli occhi.
«Erano quello?»
La creatura abbassò lo sguardo sul proprio papillon.
Poi annuì piano.
Per qualche secondo nessuno disse nulla.
Zampy si mise una zampetta davanti alla bocca.
Ma era troppo tardi.
Gli scappò una risata.
Pip cominciò a ridere.
Poi Rea.
Persino Nina.
Orso cercò di resistere, ma alla fine rise anche lui.
La piccola creatura li guardò confusa.
Zampy si asciugò gli occhi.
«Scusa. Non ridiamo di te.»
Indicò il papillon.
«È solo che abbiamo avuto paura di un papillon per quattro giorni.»
La creatura abbassò la testa.
«Io… avevo paura di voi.»
La sua voce era così bassa che quasi si perse tra gli alberi.
Zampy smise immediatamente di ridere.
«Di noi?»
«Eravate tanti.»
«All’inizio ero solo io.»
«Appunto.»
Orso fece un piccolo passo avanti, ma si fermò a distanza.
«Allora eravamo in due.»
La creatura lo guardò.
«Noi avevamo paura di ciò che non conoscevamo. Tu avevi paura di chi stava arrivando.»
Orso sorrise.
«Succede più spesso di quanto pensiamo.»
Pip sussurrò a Rea:
«In effetti Zampy parla parecchio.»
Zampy lo ignorò.
«Come ti chiami?»
La creatura esitò.
Poi disse:
«Otto.»
Pip guardò le sue zampe.
Una.
Due.
Tre.
Quattro.
Continuò a contare.
Otto lo osservò.
«Sì.»
Pip alzò lo sguardo.
«Nome molto preciso.»
Per la prima volta Otto sorrise.
Piccolo.
Timido.
Ma era un sorriso.
Luce volò vicino alla grande tela.
«L’hai costruita tu?»
Otto annuì.
«Tutta?»
Un altro cenno.
Nina indicò le piccole gocce.
«E le campane di rugiada?»
Gli occhi di Otto si illuminarono.
«Vi piacciono?»
«Sono bellissime», disse Zampy.
Otto rimase immobile.
Come se non fosse sicuro di aver sentito bene.
«Davvero?»
«Davvero.»
Otto uscì lentamente da dietro il tronco.
Si avvicinò alla tela.
Toccò un filo con una zampetta.
Un tintinnio leggerissimo attraversò l’aria.
Poi ne toccò un altro.
Un’altra nota.
Luce capì.
Volò tra i fili.
Il suo bagliore dorato cominciò a riflettersi nelle gocce di rugiada.
Una luce passò da un filo all’altro.
Poi a un altro ancora.
In pochi istanti tutta la grande tela brillò.
Viola.
Oro.
Argento.
Piccoli riflessi rossi danzarono sul papillon di Otto.
Quelli stessi riflessi che avevano fatto paura a Zampy ora sembravano parte di una festa.
Pip correva da un lato all’altro cercando di seguire le luci.
Rea osservava i disegni.
Nina volava tra le spirali.
Orso si sedette ai piedi di un albero.
Otto guardò tutti.
«Non vi dà fastidio che io sia qui?»
Zampy inclinò la testa.
«Perché dovrebbe?»
Otto indicò le proprie zampe.
«Di solito quando qualcuno mi vede…»
Non finì la frase.
Orso si avvicinò un po’.
«Una famiglia non diventa più piccola quando arriva qualcuno.»
Otto lo guardò.
«Diventa più grande.»
Orso indicò la tela.
«E non perché tutti devono essere uguali. Diventa più grande proprio perché ognuno porta qualcosa che prima non c’era.»
Otto seguì il suo sguardo.
«Io so solo tessere.»
«Non è poco», disse Orso.
Guardò i fili che brillavano sopra di loro.
«Hai trasformato un pezzo di bosco in un posto che nessuno di noi avrebbe saputo immaginare.»
Otto abbassò lo sguardo.
Ma questa volta sorrideva.
Zampy aggiunse:
«E il Bosco Incantato è abbastanza grande.»
Pip alzò una zampa.
«A patto che non riempi proprio tutti i sentieri di fili.»
Otto guardò i fili.
Poi Pip.
«Posso lasciare un passaggio.»
«Perfetto.»
Risero.
Quella sera, quando il sole cominciò a scendere, nessuno ebbe fretta di tornare a casa.
La grande tela brillava tra gli alberi.
Luce la illuminava.
Otto faceva vibrare i fili.
E il Bosco suonava.
Orso osservò Zampy e Otto seduti vicini.
«Vedete?» disse.
Gli altri si voltarono.
«A volte una famiglia comincia proprio così.»
Zampy inclinò la testa.
Orso sorrise.
«Qualcuno fa spazio. Qualcun altro decide di restare.»
Per qualche secondo nessuno disse nulla.
Poi Pip si sedette anche lui.
Rea gli si mise accanto.
Nina si posò su un ramo poco sopra.
Luce continuò a brillare tra i fili.
Zampy guardò il papillon rosso.
Pensò a quanto fosse facile immaginare qualcosa quando non lo conosciamo.
Un cespuglio può diventare un animale.
Una radice può sembrare una mano.
Due pezzetti di stoffa rossa possono trasformarsi in occhi spaventosi.
Ma a volte basta fare un passo in più. Poi un altro. E guardare davvero.
Zampy si sedette accanto a Otto.
«Sai una cosa?»
«Cosa?»
«Il tuo papillon è molto elegante.»
Otto lo sistemò con una zampetta.
«Lo pensi davvero?»
«Adesso sì.»
Otto rise.
E quella risata, insieme al tintinnio dei fili, attraversò tutto il Bosco Incantato.
Da quella notte nessuno chiamò più quel sentiero il posto dei due occhi rossi.
Per gli amici di Zampy diventò semplicemente il luogo dove avevano imparato una cosa importante:
A volte ciò che ci spaventa da lontano cambia completamente quando troviamo il coraggio di avvicinarci.
E tra i rami del Bosco Incantato, da quel giorno, c’era un posto in più.
Un posto per Otto. Un posto per tutti.